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invece, con buona approssimazione il modello ideale di "comunità" concepito dal medesimo autore. Questa vita in comunione è il valore fondante del pensare africano che, come scrive Martin Nkafu, è prevalentemente "di tipo eziologico, e non ontologico". "La domanda sull'uomo, sull'altro è una domanda sulla vita; e la risposta è che si può trovare il senso della vita quando si è compreso il senso dell'altro tramite la categoria di relazione". In questo continuo relazionarsi all'altro, al gruppo, non vi è spazio per sterili speculazioni e domande insolubili. In questo universo "familiare", nel quale la morte è stata esorcizzata, ed i defunti proseguono la loro esistenza accanto ai vivi, si può cogliere la profonda unità del pensiero africano. |
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La "vitalogia", termine coniato dall'autore del libro per rappresentare come il pensiero africano derivi la sua linfa dalla vita stessa, è dunque un fenomeno unitario, che informa di sé ogni momento dell'esistenza. Nella "vitalogia africana", scrive ancora Nkafu, "tanto la vita quanto l'esperienza della morte, sono tutti modi diversi del vivere". "Nel pensare africano il pluralismo comunitario si oppone all'individualismo personale, ossia all'egocentrismo isolato", dice ancora l'autore, ed "il pensare africano come vitalogia si realizza in una unità di generazioni". Si può così intuire come l'esasperata volontà di affermazione dell' "io", in Occidente, sia causa di isolamento e di solitudine, e impedisca la comprensione della profonda unità della vita. Ed è solo con |
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l'atto creativo, con l'arte, che l'Occidente ha cercato di ricomporre il molteplice nell'unità, e di esorcizzare la paura della morte. Paura che i popoli africani ignorano, poiché hanno sconfitto la morte attraverso la solidarietà di gruppo, una solidarietà che trascende ogni singola esistenza, stabilendo un legame indissolubile e rassicurante con il mondo, altrettanto reale, degli antenati. Così, nella "vitalogia", come scrive il filosofo camerunense, "tutte le parti si realizzano nell'Uno", e l'Uno è "quanto ci è dato di conoscere in quanto il possibile, il dicibile, la verità dell'attimo presente". Poiché la vita è in un certo qual modo la manifestazione stessa di Dio, "sia il |